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Michelangelo

Michelangelo nacque a Caprese nel 1475 da Ludovico Buonarroti, un nobiluccio fiorentino dallo spirito piuttosto insignificante, e morì a Roma nel 1564. Nella sua lunghissima vita compì miracoli d’arte a cui nessun altro uomo potrà mai nemmeno avvicinarsi. Nelle sue mani ebbe una potenza che già i suoi contemporanei consideravano eccezionale, irripetibile: Vasari afferma addirittura che quell’uomo solitario, schivo e irascibile fosse un dono di Dio agli uomini per mostrare loro la vetta più alta dell’arte, quella che non solo non è possibile superare, ma è perfino azzardato pensare di toccare. Michelangelo attribuiva scherzosamente il suo talento nella scultura al fatto che da piccolo sua madre, Francesca del Sera, lo avesse fatto allattare dalla moglie di un tagliapietre.

Il padre Ludovico avrebbe voluto che Michelangelo imparasse il latino, ma il bambino mostrò subito la sua inclinazione per l’arte, mentre invece faceva una grande fatica a seguire le tradizionali materie scolastiche. Ben presto perciò venne mandato “a bottega” presso Domenico Ghirlandaio; Michelangelo però non ebbe giorni sereni durante il suo apprendistato: la sua idea di arte era troppo diversa da quella del maestro perché i due potessero andare d’accordo. Il Ghirlandaio era eccellente nel dipingere figure che dessero piacere all’occhio, un piacere abbastanza superficiale: non era a questo che il giovane Michelangelo aspirava. Inoltre il giovane artista sentiva che era la scultura, non la pittura, la sua forma d’arte prediletta.

Cominciò perciò a studiare gli affreschi di Giotto, di cui ammirava la sobrietà con cui narrava i fatti nelle sue pitture, e di Masaccio, dal quale era attratto per la massiccia plasticità delle sue figure. Grande influenza ebbe su di lui l’osservazione delle sculture di Donatello, la cui impronta artistica è riscontrabile in gran parte delle opere di Michelangelo, anche in quelle dell’ultimo periodo (come non notare, per esempio, la somiglianza tra il San Giovanni Evangelista di Donatello e il Mosè di Michelangelo, che ne è quasi la “naturale conclusione”?).

Dopo poco tempo Michelangelo lasciò la bottega del Ghirlandaio e continuò il suo apprendistato presso Giovanni di Bertoldo, che tra l’altro si occupava della vasta collezione di statue antiche di Lorenzo il Magnifico. Questi, avendo notato la straordinaria bravura del ragazzo, lo prese sotto la propria protezione e lo invitò nel suo palazzo.

Di sicuro l’osservazione delle sculture della collezione medicea lasciò un segno indelebile su Michelangelo: anche nella rappresentazione di temi sacri troveremo sempre un paganesimo evidente, che negli anni si accrescerà continuamente, fino all’esplosione maestosa della Cappella Sistina, coi suoi venti Ignudi, più sculture massicce che parte di un affresco.

Appartenente alla sua prima produzione è la Madonna della scala, un magnifico bassorilievo raffigurante Maria che tiene in braccio il Bambino nell’atto di succhiare il latte dal suo seno e tre putti su di una scala. Questi ultimi sono appena accennati, e quasi schiacciati sul modello dello “stiacciato” di Donatello; la prospettiva della scala non è certo esatta, nonostante Michelangelo abbia cercato di renderla dando meno rilievo agli scalini rispetto alla Madonna. Per questo l’opera, completamente occupata a destra dalla figura della Vergine ed a sinistra dalla scala, nell’insieme comunica un senso di soffocamento e di mancanza di uno spazio sgombro dove l’occhio possa riposarsi: un tratto caratterizzante riscontrabile nella maggior parte delle opere di Michelangelo. La Madonna, imponente e solida come una matrona, somiglia in modo impressionante alla romana Saturnia Tellus dell’Ara Pacis Augustae(13-9 a.C.), ma nonostante questo è molto più morbida, nell’espressione del viso, nelle mani, ma soprattutto nella veste, tanto sciolta e sottile da sembrare acqua che stia scivolando dolcemente sul corpo della madre di Gesù.
Intorno al 1492 Michelangelo lavora ad un nuovo bassorilievo, decisamente più vicino alla nostra idea di opera michelangiolesca, la Battaglia dei Centauri; a dire la verità in questo bassorilievo sono presenti solo fuggevoli apparizioni di parti dei mostri mitologici: il vero protagonista dell’opera è il corpo dell’uomo, il tema preferito da Michelangelo, il corpo umano in ogni sua posizione, sempre e comunque tirato, teso, coi muscoli in evidenza, pronto allo scatto. Al centro del bassorilievo ecco Apollo, che con il movimento repentino e violento del braccio destro trasmette quel senso di instabilità e di confusione che domina l’osservatore. È da notare la maestria con cui Michelangelo ha creato una “corona” di membra umane attorno al dio, mettendolo in evidenza ma senza dare troppa simmetria all’insieme, che altrimenti sarebbe parso eccessivamente “costruito”. La bellezza e la potenza maschili sono esaltate dal “grezzo”, cioè dal fatto che Michelangelo abbia tralasciato di lisciare alcuni corpi che, guizzando ed intrecciandosi, escono dalla pietra con prepotenza e fatica insieme ( un preludio agli Schiavi?).
A diciassette anni scolpisce uno splendido Cristo crocifisso, privo del tradizionale panno che di solito copre l’inguine del Salvatore: questo Cristo è completamente nudo, perché nella bellezza del corpo Michelangelo vede la bellezza dell’anima, una convinzione che lo accompagnerà fino alla morte. Il suo Gesù è comunque ben diverso dalle sculture michelangiolesche che siamo abituati a vedere: il fisico è esile, mollemente abbandonato alla morte ormai sopraggiunta, il volto sereno, seppure velato da una tristezza ed una nostalgia quasi palpabili. Si può ragionevolmente supporre che tra i riferimenti di Michelangelo ci fossero i crocifissi del Brunelleschi e di Donatello, ma osservando il risultato del suo lavoro ci si rende conto di quanto l’artista fosse già autonomo ed originale nell’esprimersi: il Cristo di Brunelleschi pare un grande re sconfitto, quello di Donatello un “contadino”, come lo definì lo stesso Brunelleschi, almeno secondo la tradizione; il Cristo di Michelangelo è un essere delicato, femmineo, quasi asessuato, completamente indifeso davanti alla violenza umana. Davvero non lo si direbbe opera del terribile “titano” dell’arte.
Nel 1494, di ritorno da un viaggio a Venezia causato da incomprensioni con Piero de’ Medici, Michelangelo soggiorna a Bologna, dove riceve l’incarico di completare l’Arca di San Domenico iniziata da Nicola Pisano. Questo lavoro non dovette piacere particolarmente all’artista, e nemmeno la città, come si può dedurre dalle lettere piene di nostalgia per la sua Firenze. Per l’Arca Michelangelo scolpì un San Petronio nel quale riuscì ad imitare molto bene lo stile tardogotico, un Angelo reggicandelabro che invece se ne distacca decisamente per la pesantezza e la robustezza della figura, e un bellissimo San Procolo, nel quale Michelangelo rivela pienamente la sua originalità, soprattutto nel piglio energico col quale il santo afferra il mantello, nel volto serio e corrucciato, nella brusca torsione del busto. Nel 1496 Michelangelo compie il suo primo viaggio a Roma: quasi per caso, poiché la causa di tutto era stata una truffa di Michelangelo ai danni del romano cardinale Riario, a cui l’artista aveva venduto un Cupido Dormiente da lui realizzato, spacciandolo per un’antichità classica. Il cardinale però si era reso conto dell’inganno, ma ammirando la bravura di Michelangelo, l’aveva invitato a Roma, dove tra il 1496 e il 1497 gli ordina un Bacco, (l’opera verrà a far parte della collezione medicea solo in seguito); l’iconografia è quella tradizionale: il dio è raffigurato con una coppa di vino in mano e grappoli d’uva sul capo. Si tratta di una scultura decisamente classicheggiante, nella sua posa rilassata, nella sua estenuante, edonistica bellezza, e nel chiaro richiamo a Policleto ed ai suoi canoni di proporzione tra le parti: manca ancora di quella forza e di quel vigore che caratterizzeranno la maggior parte delle opere dell’artista.

Potremmo forse dire lo stesso della Pietà di San Pietro in Vaticano, a cui Michelangelo lavora intorno al 1498; la scultura, con la sua struttura piramidale, esprime una solidità e una compostezza classici, come nel Bacco, ma basta confrontare le due opere per rendersi conto di quanto la bellezza del Bacco sia vuota, in confronto a questa magnifica Pietà.
Il tema della Madonna che piange sul corpo del figlio appena staccato dalla croce era diffuso soprattutto nelle Fiandre e nei paesi del nord Europa; Michelangelo lo fa suo, forse perché rispecchia bene il suo animo cupo e oppresso da tetri pensieri.
L’artista si recò a Carrara per scegliere personalmente il blocco di marmo, di altissima qualità, da cui poi avrebbe preso forma questa scultura: Michelangelo non si fidava di nessuno, e tendeva perciò a rifiutare ogni collaborazione da parte di aiutanti e apprendisti. Il trasporto del marmo richiese nove mesi.
Protagonista di questa Pietà è la bellezza assoluta, eterna, sublime. La Madonna è ancora una fanciulla nel fiore degli anni, quasi che per lei il tempo non sia passato dalla nascita di Cristo fino alla sua morte; non vi è segno di dolore sul suo splendido viso, solo di una serena, completa rassegnazione alla volontà divina ( “Ecce Ancilla Domini” ). Quando gli si faceva notare “l’errore cronologico” da lui commesso, Michelangelo rispondeva che la castità e la purezza donano “freschezza e fior di gioventù”, e che per questo Maria non era invecchiata. Quest’affermazione non va presa alla lettera, ovviamente: ciò che Michelangelo intendeva dire è che l’anima umana, rappresentata nella Pietà dalla Madonna, a differenza della carne non è soggetta a decadenza se sgombra dai peccati.
Il sovrabbondante panneggio e le molteplici pieghe dell’ampia veste della Vergine fanno risaltare, per contrasto, la delicata e perfetta bellezza del corpo di Gesù, adagiato in grembo alla madre, abbandonato all’abbraccio della Morte che, unendosi alla Vita rappresentata dalla Madonna, raggiunge la perfezione in Dio.
La perfezione, non il dolore, è l’idea che Michelangelo ha voluto rappresentare con questa magnifica Pietà, che è anche l’unica opera firmata dall’artista: si può infatti vedere il suo nome sulla fascia che attraversa il petto di Maria; sembra che fosse stato messo in dubbio che scultura fosse sua, e che per questo Michelangelo vi abbia scolpito nottetempo il suo nome.
Straordinaria è la resa del volto di Cristo, magnifico, con i morbidi riccioli dei capelli e della barba e con la pelle di marmo rilucente tanto lisciato da sembrare cera.
Nonostante questa sia una scultura a tuttotondo è fatta per essere vista di fronte, poiché essa “emerge” dalla parete come un altissimo rilievo, sola e maestosa, a dispetto delle sue dimensioni ridotte: l’altezza è solo 1 metro e 74, la larghezza 1 e 95, la profondità di soli 69 centimetri; non vi è che un accenno del terreno su cui appoggia la struttura, ed è comunque arido e brullo (rappresenta il Calvario), come nella cappella Sistina e nel Giudizio Universale.